Creata il 6 febbraio 1999 al festival di Mériel dal suo dedicatario, Philippe Berrod, Bugdi Bruno Mantovani si impone come una partitura breve ma intensamente concentrata per clarinetto solo, dove l'instabilità diventa un vero motore drammatico. L'opera si apre su un tessuto ritmico apparentemente regolare, ampiamente costruito su multipli di un'unità comune (la semicroma), per poi derivare gradualmente verso un discorso più imprevedibile.
Con il procedere delle battute, Mantovani confonde la sensazione di regolarità giocando su dinamiche specifiche, spesso in contraddizione con la linea melodica. La densità iniziale si rafforza grazie ai numerosi trilli, bisbigliandi e alle articolazioni variate, creando un'impressione di sovraccarico controllato. Progressivamente, l'interprete ha la sensazione che la materia gli sfugga: i passaggi rapidi prendono il sopravvento sull'impulso, fino a una breve calma che non fa che rilanciare l'aumento della tensione.
Il punto culminante si verifica con un attacco nell'acuto suonato ffff, vero punto di non ritorno. Da quel momento, la musica sembra disgregarsi: frammenti di figure sostituiscono lo slancio precedente, e la scala armonica sembra decomporre. L'ascolto è turbato dall'introduzione di quarti di tono, come se le altezze si dissolvessero. Il pezzo si conclude su note tenute, ultime tracce di una melodia diventata microtonale, lasciando un'impronta sonora al tempo stesso aspra, affascinante e decisamente moderna.