Nata da una passeggiata per le strade di New York nel maggio 2005, Streetscerca di tradurre un'esperienza molto particolare della città: la densità di attività simultanee, l'impossibilità di isolare un gesto o una traiettoria senza che siano "offuscati" da decine di altri, e questa impressione paradossale di una globalità quasi statica nonostante l'agitazione permanente. È proprio questo fenomeno che Bruno Mantovani mette in musica, costruendo un'opera in cui l'intensità non dipende da una modulazione o da uno sviluppo tematico tradizionale, ma da un lavoro di percezione e di texture.
In un universo armonico volutamente ristretto (tutto il pezzo si basa su un solo accordo), il discorso alterna momenti molto animati e sequenze più calme dove il silenzio relativo non è mai sinonimo di immobilità. La scrittura mette in evidenza trasformazioni progressive di elementi identificabili verso trame accumulative, in uno spirito vicino a ciò che si chiama "sintesi granulare" in elettroacustica: l'orecchio è invitato a seguire l'evoluzione della materia, le sue densità, i suoi colori e le sue micro-variazioni, piuttosto che una narrazione fondata sulla giustapposizione.
Streetsrappresenta anche una sfida formale: Mantovani si impone una concezione più direzionale della forma, senza collage di idee, pur conservando l'energia caratteristica della sua scrittura. Sceglie inoltre un formato ristretto (circa una quindicina di minuti) e un ensemble di piccole dimensioni, in contrasto con i suoi progetti più estesi e le sue formazioni abituali. Per l'interprete, la partitura richiede una grande rigore d'insieme, una precisione ritmica costante e una fine attenzione agli equilibri, affinché gli strati restino leggibili e la tensione permanga fino a una fine volutamente energica.